Tutti problemi di cui dovrete affrontare il dramma quando crescerete. Allora vi racconto alcuni fatti di me che vi possono far identificare chi è questo barbone che vi trovate davanti.
Io sono di qua, perché sono nato davanti al pisciatoio di Via Fra’ Filippo Lippi a Monticelli, nel 1938. Il pisciatoio ora non c’è più, e infatti mi chiedo dove la gente oggi fa la pippì a Firenze… sono quindi nato a Monticelli, povero, povero in canna! Mio padre era un operaio, e sono il primo della mia famiglia che sa leggere e scrivere. Son andato anche all’Università. Forse voi non vi identificherete più con tutto questo, perché ora viviamo in un mondo che, a volte, ci rende anche un po’ sordi e un po’ ciechi, ma questo mi piace raccontarvelo che è una bella storia”
“Mi sono laureato, a quei tempi con 110 e lode, ed ero già innamorato pazzo di una donna che è ancora mia moglie. Io sono uno di quelli che ne ha sposata una e ce l’ha ancora, e stiamo insieme da quarantadue anni. Però non avevo soldi e così dovevo lavorare. Andai a lavorare alla Olivetti, per vendere le macchine da scrivere. Bussavo alle porte: “Mi scusi, signora, me la compra una – lettera 22-, per la sua figliola…”
E così, per cinque anni ho venduto le macchine da scrivere. Poi ero così bravo che mi hanno fatto capo di quelli che le vendevano, e poi capo di quelli che spiegavano come si vendono le macchine da scrivere… In verità, dopo cinque anni, ho capito che le macchine da scrivere non le dovevo vendere, ci dovevo pestare sopra, perché il mio sogno era quello di fare il giornalista […]
Ed è così che diventai giornalista. […]
Prima ho imparato le lingue che erano necessarie. Parlo il tedesco, il francese, l’inglese, il cinese, il giapponese, il malese… le ho studiate un po’ tutte, perché se vuoi dialogare con la gente devi imparare le lingue. Per trent’anni ho vissuto in Asia, coprendo tutte le guerre del mio tempo. […]
“La guerra è una cosa triste, ancora più triste è che ci si fa l’abitudine.” Ti impressiona il primo morto, poi i morti li incominci a contare e ci fai l’abitudine. Ora, dopo trent’anni di corrispondente dall’Asia, sono andato in pensione, nel senso che non avevo più voglia di seguire le guerre, e mi sono messo a vivere in una capanna in India dove vivo da cinque anni o sei anni. Vivo in cima all’Himalaya, in una capanna, dove non ho luce, non ho acqua, non ho telefono, però, gli avvenimenti dell’11 settembre mi hanno stanato.
Ho sentito che non potevo continuare a occuparmi del mio ombelico, e a pensare al futuro della mia anima, mentre il mondo, secondo me, era a una grande svolta: continuare sulla via della violenza o affrontare per la prima volta la straordinaria avventura della non violenza, della pace, del capirsi invece di darsi le botte addosso.”
I cinesi hanno un modo di dire: guardare i fiori da un cavallo in corsa. Così riassumerei questa esperienza. Mi piace cogliere la fortuna, il caso che ti porta fuori dal tuo punto di osservazione e ti trascina proprio lì e in quel momento… allora ti tocca fare il testimone.”
“Orsigna, 806 metri sul livello del mare, dice il cartello all’inizio del paese. Firenze è a soli 75 chilometri di distanza, ma la strada che oggi arriva quassù non ca da nessun’altra parte e bisogna conoscere il segreto d’una curva sulla vecchia, ottusa Porrettana per vedersi aprire, inaspettata, ogni volta come riscoperta, questa valle ariosa in un semicerchio di monti i cui colori marcano il passar delle stagioni. Al contrario dell’Abetone, di Maresca, Gavinana o San Marcello, paesi noti all’Appennino Toscano, Orsigna non ha mai avuto nulla di storico, non ci s’è fermato nessuno di famoso.”
“A Orsigna ci venni per la prima volta nel 1945, portato da mio padre che c’era stato da giovane quando, per sciare, si legavano le palanche delle staccionate alle scarpe. Ci arrivammo a piedi, lungo la mulattiera. Non era un vero posto di villeggiatura e trovammo facilmente una camera da affittare. Per alcuni anni stemmo dall’Azelia, la postina, poi dalla Filide, una pastora che, da ogni marito che le era morto, aveva ereditato qualcosa e la cui casa era per questo una delle migliori del paese.
Ogni estate ero lì a badar le pecore coi ragazzi della mia età, a cercar funghi, a raccoglier mirtilli, a guardare la levata del sole da una delle cime, tutte sotto i 2000 metri, ma tutte- per me- altissime.
“Col passare degli anni tante cose sono cambiate in Orsigna.
È arrivata la televisione e attorno al camino, la sera, la gente non ci sta più a conversare. I pastori sono tutti scesi in piano e i loro figli son diventati cittadini.
Eppure molti di loro tornano, rifanno le vecchie case, tornano per andare a funghi, per veder sorgere il sole dalle cime e per ballare in piazza sotto l’unico monumento del paese, un piccolo Cristo di marmo a braccia aperte. Torno sempre anch’io e sempre più mi domando se,
dopo tanta strada fatta altrove, in mezzo a tante genti diverse, sempre in cerca d’altro, in cerca d’esotico, in cerca d’un senso all’insensata cosa che è la vita, questa valle non sia dopo tutto il posto più altro, il posto più esotico e più sensato; e se, dopo tante avventure e tanti amori, per il Vietnam, la Cina, il Giappone e ora per l’India, l’Orsigna non sia, – se ho fortuna- il mio vero, ultimo amore.
Questo ritiro nasce dal desiderio di portare alla luce l’insegnamento profondo che Tiziano Terzani ha portato nel mondo con la sua stessa vita.
Per me Tiziano è stato un maestro di vita, un mentore, un occidentale che ci ha donato una grande lezione di vita: imparare a farsi domande, conversando insieme: una buona occasione l’ha definita, per fermarci e riflettere, cambiare rotta.
Questo è ciò che faremo insieme durante questo percorso, e lo faremo nel luogo in cui lui ha scelto di lasciare il corpo, nel luogo che ha definito il suo ultimo amore, dopo aver viaggiato in un lungo e in largo in tutto il mondo.
E perché proprio all’Orsigna?
Per imparare a respirare i luoghi, ad abitare i silenzi, a rispettare i tempi di alba e tramonto, per accendere i fuochi e conversare con questa natura sconfinata che è ancora la maestra di questo mondo.
Il ritiro prevede di conoscere e approfondire la storia e la trasformazione interiore di Tiziano e poter anche noi, mettere in atto la nostra rivoluzione interiore.
“Avere cura” questo è ciò che ho imparato da quando vengo all’Orsigna. Questo grande insegnamento si respira nella borgata del Contadino, a casa di Emanuela e Riccardo Venturi.
Loro per me sono come una seconda famiglia. Grazie a loro ho imparato a vivere la montagna e con i loro consigli e i loro racconti dopo tanti anni mi sento un po’ un Orsignana anche io.

Questo è ciò che troverete durante il ritiro su Tiziano, respirerete la cura delle piccole cose, dei gesti semplici, dei sorrisi, delle merende condivise e del focolare. Respirerete il pane fatto in casa, i necci, la ricotta appena fatta, le marmellate dell’albero del giardino e tutto l’amore che c’è.
16/17 maggio 2026
Data in arrivo
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